Corsera: Benetton e le chiusure dei negozi in affitto di ramo d’azienda

Nuova stretta in casa Benetton: il gruppo ha avviato la chiusura di numerosi negozi in affitto di ramo d’azienda su tutto il territorio nazionale. Una decisione legata a un piano di riorganizzazione e al recupero di crediti accumulati negli anni.

Secondo questo articolo, riportato sul Corriere della Sera, Per molti di questi punti vendita, le nuove collezioni non vengono più consegnate e il marchio Benetton è stato ritirato. Di fatto, la chiusura diventa inevitabile.

Perché Benetton sta chiudendo i negozi?

La strategia adottata dal gruppo è legata a un piano di razionalizzazione della rete indiretta e alla necessità di ridurre l’enorme massa di crediti accumulati negli anni.

Secondo fonti vicine all’azienda, sarebbero circa 80-90 negozi Benetton riconducibili a cinque grandi imprenditori terzi, con una concentrazione del 63% tra Calabria, Puglia e Sicilia.

Il debito complessivo verso il gruppo ammonterebbe a circa 30 milioni di euro.

Per anni, molti di questi gestori non avrebbero corrisposto quanto dovuto per la merce ricevuta. In alcuni casi, le insolvenze andrebbero avanti da oltre cinque anni.

Le prime azioni di recupero crediti avrebbero consentito di recuperare circa 3 milioni di euro, ma una parte consistente dei gestori avrebbe scelto la via del contenzioso giudiziario, opponendosi alle richieste del fornitore.

I negozi diretti restano fuori dal piano di chiusure?

Se da una parte la rete indiretta viene ridimensionata, dall’altra i negozi a gestione diretta sembrano mantenere risultati positivi.

Attualmente in Italia Benetton conta:

  • 135 negozi a gestione diretta

  • 190 negozi in franchising

  • circa 200 negozi indiretti

  • di questi, 80-90 sono in affitto di ramo d’azienda

I punti vendita diretti, presenti quasi ovunque in Italia (con esclusione di Puglia, Molise e Calabria), non rientrano tra quelli destinati alla chiusura.

Anzi, secondo quanto comunicato dall’azienda, stanno garantendo ricavi e redditività in linea con il nuovo piano industriale. La società ha dichiarato di non voler disinvestire su questa rete, pur mantenendo alta l’attenzione sulla performance economica.

Il vero nodo: il destino dei dipendenti

La questione più delicata resta quella occupazionale. I sindacati sottolineano che non esiste un percorso automatico per il passaggio dei lavoratori alle dipendenze della casa madre, per cui, ogni situazione verrà valutata singolarmente.

Per i dipendenti dei negozi in franchising e per quelli dei punti vendita in affitto di ramo d’azienda, le prospettive risultano diverse e tutt’altro che definite.

L’obiettivo condiviso è evitare, per quanto possibile, il ricorso alla Naspi, che significherebbe di fatto il licenziamento. In caso di mancato riassorbimento, si valuterà l’accesso agli ammortizzatori sociali, ma solo attraverso specifiche richieste del datore di lavoro.

Ancora una volta a pagare sono i commercianti e i lavoratori

Dietro numeri, bilanci e strategie industriali ci sono persone.

Commercianti che hanno investito, spesso in territori difficili. Lavoratori che hanno garantito continuità ai negozi. Famiglie che ora si trovano sospese tra chiusure, cause legali e incertezze.

Per l’Unione dei Commercianti Bistrattati, questa storia dimostra ancora una volta quanto sia fragile l’equilibrio tra grandi gruppi e rete distributiva.

Quando il sistema si rompe, chi resta schiacciato non è chi prende le decisioni, ma chi ogni giorno alza la serranda. E in questo caso, purtroppo, molte di quelle serrande stanno per abbassarsi per sempre.

Fonte: Corriere della Sera

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